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Sulla musica
Sull'importanza di interrogarsi...
Sul porsi domande...
Varie citazioni interessanti
Pensieri sulla musica e sulla vita
1. Introduzione
2. Effimero ed eterno
3. Blaise Pascal, potenza e debolezza
4. Gli errori e la loro relativa importanza
5. Lo sforzo, il sacrificio, l'impegno
6. La meraviglia
1. Nella prefazione al suo libricino "Conversazioni notturne a Gerusalemme" il cardinale gesuita e biblista Carlo Mario Martini annota come, a Gerusalemme, lui e l'altro autore del libello, il gesuita padre Georg Sporschill, fossero soliti intrattenersi anche fino a tardi, e sostiene che proprio questo abbia permesso loro di avvicinarsi ai sogni. Scrive Martini: "Di notte le idee nascono più facilmente che nella razionalità del giorno". Anch'io inizio a scrivere questi pensieri e queste riflessioni sulla musica, sul suonare e sul mestiere del musicista di notte. Quasi che, in queste ore tarde, la mente si trovi, almeno parzialmente, già in uno stato sognante.
2. E proprio quest'ora avanzata del giorno, unita alle vacanze che sto ora trascorrendo al mare, mi porta a notare in modo più esplicito che non finora un aspetto interessante del fare musica, una caratteristica tipica dell'esecuzione musicale.
Quando sei sul palco, e il pubblico aspetta che tu cominci a suonare, sei solo. È strano, ma paradossalmente sei solo in compagnia, perché sei solo col tuo strumento, con l'opera che ti accingi ad eseguire e, di riflesso, col suo compositore (o con il messaggio che ha voluto lasciare nella sua composizione). E, in quella situazione, a me è spesso capitato di pensare varie cose. Per esempio, di chiedermi cosa ci facessi lì, cosa dovessi fare, cosa si aspettasse quella gente da me, e perché fossero venuti. Subito dopo, e questo mi capita quasi sempre, mi rispondo che sono venuti per ascoltare un concerto, di cui io porto la responsabilità (o parte di essa, nel caso in cui non sia io a dover suonare da solo tutta la serata). E che essi si attendono di trovare qualcosa di bello, di piacevole, che li aiuti a meglio godere della loro vita e del loro essere uomini o donne, che li aiuti a mettere ordine ed armonia nei loro pensieri, e che offra loro delle sensazioni piacevoli, che li emozioni, coinvolga, avvinca, interessi. Come scrisse Robert Schumann, "compito dell'artista è infondere luce nel cuore dell'uomo". Penso che avesse ragione, ritengo anch'io che un compito dell'artista sia questo, di tentare di illuminare, almeno un pochino, l'animo di chi ci ascolta.
Sento forte la responsabilità che chi è venuto fin lì, appositamente per ascoltare quel che sto per suonare, non abbia a tornarsene a casa uguale a com'era prima. Deve aver vissuto emozioni, pensieri, sensazioni, incontrato bellezza, piacere, interesse, vorrei che fosse stato stimolato al bello e al buono (si ricordi il pensiero di Platone a proposito del famoso concetto greco della kalokagathìa, dove il kalòs è per sua natura contemporaneamente anche agathòs, legando così indissolubilmente l'etica all'estetica, e viceversa), alla pace, all'armonia nei rapporti reciproci, all'amore verso gli altri e verso se stesso.
Pensando queste cose, spesso mi viene un po' di paura, un qual certo timore. Sarò in grado, mi chiedo, di raggiungere tutto questo? Certo, so di poter contare sull'importante e valido aiuto di un brano splendido e del genio compositivo di un grand'uomo che ne fu l'artefice, ma poi tocca anche a me, con i miei limiti, tecnici per esempio, e con la situazione particolare di tensione che sto vivendo (suonare su un palco davanti ad altri che si attendono da te qualcosa è diverso che suonare nel segreto del tuo studio, magari con la porta chiusa). La domanda, in fin dei conti, non ha risposta, se non - al massimo - a concerto concluso, e per bocca di chi vi ha partecipato in qualità di uditore. L'importante è che si cerchi sempre di dare il meglio di se stessi, dei propri mezzi tecnici, della propria preparazione, del proprio studio, del proprio impegno, della propria cultura musicale, della propria sensibilità artistica e della propria umanità. Occorre rendersi disposti e disponibili a dare anche una parte di sé, ad aprirsi e concedersi all'opera, al compositore ed al pubblico, lasciando trapelare una parte di se stessi, delle proprie emozioni, dei propri pensieri, del proprio sentire, anche dei propri affetti e forse addirittura anche una parte del proprio amore.
Certo ci si imbatte in una peculiarità del fare musica, che distingue il musicista da quasi tutti gli altri artisti (ad eccezione forse, ma penso solo in parte, degli attori). La musica sfrutta infatti anche la quarta dimensione, quella del tempo. Di conseguenza, ha un inizio, e da quell'inizio è tutto un susseguirsi, che prosegue e che non si può interrompere fino a quando non lo richieda lo spartito. In quel lasso di tempo, relativamente breve, porto tutto il tempo (assai più lungo) della mia preparazione, del mio approfondimento analitico e musicale, del mio studio tecnico, del mio progressivo conoscere o tentare di conoscere il brano. Ed in quel breve periodo, si gioca tutto. E non avrò una seconda possibilità. Non potrò rifare, correggere, limare, risistemare, ritoccare. Non sto incidendo un compact disc, dove si potrà giocare con l'editing, sto tenendo un concerto. In questo, la musica ci mette a contatto con la categoria dell'effimero. Ogni esecuzione è unica, e probabilmente irripetibile. Ce ne potranno essere altre, anche molto simili, ma mai identiche.
D'altro lato, tuttavia, il brano che suoniamo è scritto su un pentagramma, è fissato su delle pagine, lo abbiamo già suonato centinaia di volte, e lo potremo ancora suonare in futuro. E quella musica, così fissata, fa parte della storia della musica e dell'umanità, è fissata nei secoli. Forse non sarà eterna, ma è comunque duratura.
Questa contraddizione tra l'opera d'arte che sopravvive e l'esecuzione che comincia e si esaurisce in un tempo definito, mi pare essere metafora della vita. La nostra vita, qui perlomeno, ci fa scontrare con la dimensione dell'effimero. La morte è esperienza che fa parte della vita, penso che ne rappresenti un momento importante, oserei dire topico. Quando dobbiamo farne esperienza, magari perché viene a mancarci un nostro caro, andiamo in crisi. E questo, credo, non solo perché siamo tristi (se se ne va qualcuno che amiamo, con lui se ne va una parte di noi) o perché ci sentiamo un po' più soli di prima, bensì anche perché l'evento della morte ci sbatte in faccia un grosso e scomodo problema esistenziale, ci ricorda che quello che noi stiamo vivendo qui non è per sempre e non è definitivo, che non possiamo mantenere e tenere tutto con noi. Eppure, io faccio molta fatica a concepirmi come essere finito. Dal momento che sono, sarò. Sento dentro di me che non posso esaurirmi con il battito del mio cuore. Io sono qualcosa di più di milioni di cellule che consumano glucosio ed ossigeno, sono qualcosa di più di un po' di complessa soluzione acquosa che circola nei miei vasi, sono qualcosa di più di un sofisticato muscolo composto da due pompe in serie. Io sono. Credo che faccia parte della natura dell'uomo, il concepirsi come essere infinito, che vuole durare, che vuole esistere, e persistere. L'eterno è scritto nel nostro cuore. Non è solo un concetto astratto, è per certi aspetti un'aspirazione del nostro animo. E da qui nasce il far fatica ad accettare la morte, nostra e di chi ci sta attorno.
Come spesso, la musica ci mette a confronto anche lei, sebbene in scala ridotta, con questo paradosso e con questa doppia e bivalente constatazione: l'essere effimero da una parte e, dall'altra, l'essere infinito ed eterno. L'esecuzione finisce, l'opera d'arte rimane. La vita (terrena) ha una fine (e, io sono persuaso abbia anche un fine), l'essere è verbo che richiama all'eterno.
3. Riflettere sull'esecuzione in concerto ci dà un interessante insegnamento. Quando suono e quando studio, tento sempre di mirare alla perfezione. Non sempre riesco a dare il mio meglio, e la perfezione non la raggiungo comunque mai. Mentre eseguo un brano in concerto, mi accorgo di molte cose che non stanno venendo come le avrei volute e come le ho preparate. Capita ogni volta. Penso sia normale. Più un brano è solido, più lo si è preparato tante volte, lasciandolo a riposo per un periodo e riprendendolo, più lo si è presentato e ripresentato in varie occasioni, e più ci si avvicina ad ottenere, anche in concerto, tutti i particolari che si sono decisi e studiati. Ma il cento per cento, credo non si riesca a raggiungerlo mai.
Dobbiamo però imparare che questa è una dimensione del fare musica ed anche una dimensione dell'essere, dell'esistere, della nostra vita.
Ce lo insegnava già il grande Pascal, che rilevava proprio l'antitesi tra il sentirsi chiamato e portato alle aspirazioni più alte contro il verificare la propria incapacità di realizzarle appieno, tra il sentirsi essere dotato di grandi potenzialità e lo scontrarsi coi propri limiti.
Penso che sia davvero un po' così. Abbiamo nei nostri cuori aspirazioni alte e nobili, ci sentiamo - nella musica come nell'etica e come nella vita - chiamati a fare tanto e a fare bene, vogliamo compiere il Bene, vogliamo realizzare i nostri talenti e le nostre potenzialità (quello che, con la megalomania che probabilmente lo contraddistingueva, Nietzsche percepiva come il richiamo del Superuomo, realizzabile per esempio proprio dal e/o nella figura del "tiranno-artista"). D'altro canto, non sempre riusciamo nel meglio, spesso incontriamo delle incapacità, dei limiti, delle difficoltà, sovente cediamo a qualche piccola o grande tentazione, inciampiamo in un errore. Tuttavia, e questo la musica ce lo insegna fin dai primissimi brani ed esercizi, i limiti esistono anche per essere spinti sempre un pochino più in là, non sono sempre immutabili ed invincibili: con l'impegno ed il sacrificio (per esempio dello studio) possono essere superati. Gli ostacoli possono spronarci al migliorarci. Come dicevano i latini, per aspera ad astra o, come io preferisco, per ardua ad astra (non sono primariamente le avversità che ci fanno crescere, eventi fortunatamente relativamente rari, certo anche esse contribuiscono, ma più spesso incontriamo delle "semplici" difficoltà, ed è attraverso di esse, e attraverso lo sforzo per superarle, che cresciamo e miglioriamo). E così accade che qualche volta proprio le cose più difficili diventino per finire le più facili, perché in esse si profonde tanto più impegno quanto più esse ci stimolano.
4. L'esecuzione in concerto ci insegna anche un'altra cosa importante. Come ho appena scritto qui sopra, nell'esecuzione in concerto, a causa dell'agitazione e della tensione, qualche piccolo errorino scappa sempre, ed immancabilmente non tutto si realizza così come lo avevamo preparato e lo avremmo desiderato. Sul momento, con l'orecchio teso dell'interprete che sta tenendo un concerto, spesso ci sembrano errori molto gravi e che rovinano l'intera performance (magari, per esempio, ci è sfuggito un tocco speciale che doveva rappresentare quell'effetto così particolare che avrebbe dovuto servire per impreziosire l'intero brano…). Se ci riascoltiamo, tuttavia, notiamo spesso che in fondo gli errori non erano poi così terribili come ci erano parsi sul momento.
Nella musica così come nella vita, occorre talvolta relativizzare, prendere le giuste distanze, guardare e giudicare le cose anche da un'altra prospettiva, più ampia, più lontana, più distaccata. Si rende spesso necessario contestualizzare o, meglio, relativizzare le cose (fra cui i problemi e gli errori) nel contesto in cui avvengono e nel contesto degli avvenimenti spiacevoli più gravi da un lato, e in quello delle cose belle che accadono dall'altro.
Spesso, riascoltandosi "dall'esterno" (come se si fosse, quindi, uno spettatore di se stessi), ci si accorge che quell'effetto non realizzato, che quell'accento spiacevole che ci è sfuggito, che quella notina sbagliata, che quella pausa un po' troppo lunga, che quella corona mangiata non sono poi così gravi, non al punto da rovinare in modo decisivo l'intera interpretazione. Certo è un peccato che abbiamo commesso questi errori, e vorremmo che ciò non fosse avvenuto e la prossima volta cercheremo di impegnarci ancora di più per evitarli, tuttavia essi non sono così tanto gravi da far cadere l'impalcatura e la bellezza globale del brano o della nostra esecuzione.
Esattamente così è (e dovrebbe essere) anche nella vita. Capita, direi quasi quotidianamente, che commettiamo degli errori, più o meno grandi e più o meno gravi. Se, però, ci impegniamo da anni, ogni giorno, a condurre una vita buona, profondendo sforzi ed impegno nel nostro lavoro e nelle nostre attività, sforzandoci di infondere gioia, pace ed amore in chi ci sta attorno e in chi incontriamo, perseguendo l'onestà e la trasparenza, offrendo comportamenti ed azioni in grado di meritare fiducia, la struttura basilare e l'impalcatura della nostra vita e del nostro essere uomini e donne rimane pieno, buono e vero, anche se commettiamo qua e là qualche piccolo sbaglio che vorremmo non aver commesso. E, anche qui come in musica, si rende necessario il proposito e lo sforzo di tentare di non commettere più questi stessi errori nella prossima occasione in cui ci troveremo confrontati con la stessa situazione.
5. Mentre si prepara un concerto, si impara un principio molto importante, direi fondamentale, valevole un po' per tutto nella vita. Per ottenere quel che il compositore richiede, e per raggiungere quella perfezione che si desidererebbe e di cui ho parlato sopra, si rende necessario un periodo più o meno lungo di studio intenso, di impegno, di sforzo, qualche volta anche di sacrificio. Tranne che quando si suonino brani molto semplici, non è dato di raggiungere tutto e subito. Occorre un percorso, di intervento attivo e vivo, attento, impegnato, costante, ripetuto. Noi viviamo in una società intrisa dalla mentalità del volere tutto quel che si desidera, e dall'esigerlo in fretta, quando non immediatamente. In una società almeno parzialmente plasmata dalla mentalità dell'usa e getta, diventa tutto automatico: si esige subito la pappa già pronta. Il secondo aspetto, su cui qui però non mi chino se non solo accennandovi, è che quel che non piace, quel che non serve più, quel che è consumato, quel che non è più il più bello o il migliore, quel che non soddisfa più, si getta via, senza pensarci su nemmeno troppo. Il rischio è di finir per fare la stessa cosa anche con le persone (con i colleghi, ma anche con gli amici, con la moglie od il marito).
Lo studio serio della musica, invece, - mi riferisco qui al primo aspetto - ci insegna che le cose si raggiungono pian piano, con fatica ed impegno. E ci insegna anche che, una volta conquistate, generano soddisfazione. Infine, ci educa al fatto che la felicità e la gioia piene spesso derivano dalla soddisfazione raggiunta grazie ad un percorso di impegno fattivo.
Riferendomi nuovamente al secondo aspetto, vorrei qui rilevare che proprio perché raggiunte ed ottenute con impegno, le cose acquistano poi valore e valenza, e quindi ce ne sbarazziamo con più difficoltà e con più dispiacere.
6. C'è poi un altro tema, che da anni mi sta tanto a cuore e che mi tocca sempre particolarmente. Alludo al discorso, che vorrei qui brevemente abbozzare, sulla curiosità, sulla meraviglia e sullo stupore.
Sono profondamente persuaso che siano queste caratteristiche fondamentali e che rappresentino dei valori importantissimi. Trovo sia necessario sforzarsi di mantenere e, quando fosse troppo tardi, impegnarsi per ricuperare quella naturale tendenza così tipica dei bambini di meravigliarsi di fronte a ciò che si incontra, di stupirsi per ciò che si vede, di lasciarsi sorprendere da quel che si percepisce, sente, vede, vive. La vita va affrontata con curiosità e con stupore, solo così acquista sapore, intensità, pienezza.
Occorre che sappiamo nuovamente stupirci per un fiore che sboccia, per il sorriso di un bambino che incontriamo per strada, per lo sguardo riconoscente di un anziano che aiutiamo nell'attraversare le strisce pedonali, per il miracolo di un fiore che si affaccia timidamente in mezzo ad una distesa di asfalto. È necessario che impariamo sempre di nuovo a provare meraviglia quando sentiamo un uccellino che canta, quando un passerotto si avvicina al nostro tavolino in giardino, quando udiamo il fruscio di un ruscello o quando il cielo ci regala un tramonto emozionante.
Mi piace pensare che fosse proprio alla curiosità, alla capacità e volontà di meravigliarsi (oltre che, naturalmente, alla semplicità e freschezza) che Gesù alludeva quando disse: "Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio" (Mc 10, 14). Credo stia qui la chiave per rendere saporita la nostra vita: saperci stupire, incuriosirci sempre, interrogarci in ogni occasione, lasciarci entusiasmare e catturare da ciò che il mondo, la natura, le persone, la vita ci offrono.
È questo un segreto prezioso per approfittare e godere in pienezza della nostra vita e del nostro essere uomini o donne. Costituisce nello stesso tempo un insegnamento di pregio per l'artista e per il musicista. Per rendere in bellezza ed impreziosire un brano, occorre che sia per primo l'interprete che se ne stupisca e ne resti meravigliato ed ammirato. Solo così, sarà poi in grado di trasmettere al pubblico la bellezza della musica che sta eseguendo. Se non mi lascio stupire dal genio compositivo e dal suo risultato, come farò a trasmettere pienamente il fascino del brano, l'incanto delle note e lo splendore della musica? Sono sensazioni ed emozioni che devo riconoscere, percepire e vivere io per primo, solo così potrò tentare di trasmetterle a mia volta, nell'esecuzione, a chi mi ascolta.
È quindi fondamentale ricordarci sempre, e sforzarci di insegnarci sempre di nuovo, in ognuna delle nostre giornate, accanto alla serietà nello studio e nell'approfondimento, di meravigliarci per la musica che stiamo suonando. Non dobbiamo mai lasciare che l'attenzione volta e rivolta alle difficoltà tecniche, allo studio virtuosistico dei passaggi difficili, all'approfondimento analitico, ci faccia dimenticare lo stupore iniziale di quando quel brano l'abbiamo conosciuto, goduto ed apprezzato.
E così, ritornando a quanto dicevo sopra, nella vita, non dobbiamo mai scordare la prima volta che abbiamo visto quel fiore, la prima volta che abbiamo conosciuto un paesaggio innevato, la prima volta che il nostro sguardo ha abbracciato il panorama di un bel lago, di una profumata pineta, di una spiaggia deserta, di un prato sterminato, la prima volta in cui abbiamo assaggiato quel sapore, percepito quel profumo, vissuto quell'emozione, incontrato e conosciuto quella persona.
Penso che in questo sforzo continuo verso la curiosità, la meraviglia, lo stupore, l'incanto, direi quasi la magia, l'ascolto e l'esecuzione della musica (così come la fruizione di qualsiasi forma d'arte e di espressione profonda dell'animo umano) ci aiuti in modo magnifico, toccando nell'intimo ed allenando la nostra capacità, volontà e disponibilità ad emozionarci, commuoverci, appassionarci ed entusiasmarci.
È questa la meraviglia della musica, la meraviglia dell'arte e la meraviglia della vita!
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